
Cordoglio, sgomento e rabbia per Abderrahim Fakir
Abderrahim Fakir era di origini marocchine. Era arrivato in Italia con tutta la famiglia
quando aveva sette anni.
Non era ancora riuscito a ottenere la cittadinanza e aveva presentato domanda d’asilo.
Pare fosse molto preoccupato per l’entrata in vigore del nuovo Patto Europeo
sull’Immigrazione.
La sorella ha raccontato che era un imprenditore: titolare di una ditta di facchinaggio e
pulizie, si occupava soprattutto di organizzare logistica e traslochi con l’aiuto di
diversi collaboratori. Viveva a Borgonuovo, frazione del comune di Sasso Marconi, poco
fuori da Bologna.
Al Pilastro, quartiere di Bologna, aveva degli amici che, secondo la famiglia, andava
spesso a trovare.
Ne parliamo al passato perché nel quartiere Pilastro, il 19 luglio, dopo un intervento
delle forze dell’ordine, Fakir è morto. Un video ha ripreso l’intera operazione, l’agonia e
le sue ultime parole: «aiuto, aiuto, basta». Poi il silenzio.
Non si sa se Fakir avesse problemi di salute. Non si sa se il 19 luglio avesse avuto un
momento di particolare crisi che aveva messo in allarme i residenti del posto, richiedendo
l’intervento di forze dell’ordine e del personale sanitario.
Fatto sta che Abderrahim Fakir è morto circondato da personale sanitario, immobilizzato a
terra dalle forze dell’ordine e osservato da privati cittadini che non si sa a che titolo
siano intervenuti sul posto.
Abderrahim Fakir è morto così, a poco più di 40 anni, una domenica pomeriggio qualsiasi. La
vicenda è uscita alla luce perché qualcuno ha ripreso l’intera scena con un telefono.
Alla diffusione della notizia, la popolazione è scesa in piazza per manifestare il proprio
dolore e il proprio sgomento.
Questa vicenda, i cui dettagli si conosceranno più avanti, apre una ferita dolorosa per chi
vive questi temi da vicino, per chi di persone come Abderrahim Fakir ne ha conosciute tante
e ne incontra ogni giorno: persone la cui vita è un percorso a ostacoli, persone per cui
ogni banale gesto quotidiano diventa una sfida, un’impresa. Lo abbiamo raccontato più volte
negli altri articoli: basta non riuscire ad avere una carta d’identità per avere difficoltà
ad aprire un conto bancario, basta avere un cognome straniero per vedersi rifiutare un
affitto, basta avere un ritardo sui documenti per non avere la possibilità di un contratto
regolare.
Persone da esibire come trofei d’odio per il tornaconto economico o di visibilità
politica, per 15 minuti di gloria in tv o per qualche like sui social.
Siamo a questo punto e fa male.
Ci stringiamo al lutto della famiglia, manifestiamo il nostro dolore e il nostro sdegno
senza vergogna, perché da qualche parte si deve pure cambiare e perché non si può restare
inermi di fronte a simili barbarie.

