
Migranti e inclusione finanziaria, un’intervista alla professoressa Laura Zanfrini
In Italia, i cittadini con background migratorio godono di una reale inclusione finanziaria? Qual è la situazione attuale e cosa si può fare per migliorarla? Ne abbiamo parlato con la professoressa Laura Zanfrini, responsabile del Settore Economia, Lavoro e Welfare di Fondazione ISMU ETS, che ha diretto la ricerca “Bussate e vi sarà aperto? Il (mis)match tra sistemi finanziari territoriali e bisogni degli immigrati”, condotta insieme ai ricercatori Augusto Cocorullo, Chiara Formichi e Andrea Viola nell’ambito del Progetto PAF! – Programma di Alfabetizzazione Finanziaria.
Perché è importante una reale inclusione finanziaria delle persone con background migratorio?
Laura Zanfrini: «Al di là della permanente attenzione al controllo degli ingressi, comincia finalmente a emergere anche in Italia la consapevolezza della necessità di costruire un ecosistema attrattivo per l’immigrazione, in particolare per quella capace di generare valore aggiunto: aspiranti imprenditori, studenti internazionali, lavoratori ad alta qualificazione o comunque con professionalità richieste dal sistema produttivo.
Dovendo prendere atto di come l’Italia fatichi a risultare attrattiva, attirando prevalentemente un’immigrazione con bassi livelli di istruzione e un’occupabilità circoscritta ai consueti “lavori da immigrato”, per lo più a bassa qualificazione e a basso reddito. In questo contesto, il tema dell’inclusione finanziaria, oltre a essere una fondamentale questione etica, giacché quello alla bancabilità è un diritto civile che dovrebbe essere garantito a tutti, diventa una vera e propria leva di attrattività per il Paese o, al contrario, un fattore “respingente”».
Com’è la situazione attuale nel nostro Paese?
Laura Zanfrini: «Dalla nostra ricerca emerge un quadro non particolarmente migrant-friendly, se non addirittura talvolta perfino “respingente”. Immigrati e richiedenti asilo tendono a essere visti dagli attori del sistema finanziario più come una potenziale criticità che non come una opportunità di business.
La fragilità della loro condizione economico-patrimoniale, i bassi redditi e lo stesso status giuridico (quando ad esempio hanno un permesso di soggiorno solo temporaneo) portano gli intermediari finanziari a considerarli dei soggetti “a rischio” o comunque incapaci di fornire le garanzie necessarie, ad esempio, per l’accensione di un mutuo.
Eppure, nello scenario demografico dell’Italia, la popolazione d’origine immigrata costituisce un target quantitativamente molto rilevante, che banche e agenzie assicurative ancora non hanno saputo adeguatamente intercettare, attrezzandosi per rispondere alle loro specifiche esigenze e bisogni.
Paradossalmente, proprio le istituzioni finanziarie che magari promuovono la Diversity & Inclusion come valore fondante della propria cultura organizzativa, nell’operatività quotidiana risultano più arretrate di altri servizi, anche pubblici (sanità, istruzione…), che si sono almeno parzialmente attrezzati per rispondere ai bisogni di un’utenza multietnica, multilingue e multiculturale, per esempio prevedendo la presenza di mediatori o quanto meno di materiale informativo nelle principali lingue d’origine».
Cosa si può fare concretamente per superare questo gap?
Laura Zanfrini: «Il progetto PAF! individua alcune linee d’azione prioritarie. Innanzitutto, l’alfabetizzazione finanziaria degli immigrati, molti dei quali provengono da Paesi con culture e sistemi finanziari profondamente diversi da quello europeo.
Parallelamente, il nostro studio suggerisce la necessità di una evoluzione da parte dei nostri intermediari finanziari. Questo significa, ad esempio, investire nella formazione del personale di front office così da dotarlo di quelle competenze basilari per la gestione di una clientela eterogenea; ma anche, dotarsi di siti istituzionali e materiali che “parlino” lingue diverse dall’italiano, o di una modulistica semplificata e accessibile ai clienti con minori risorse culturali.
Il vero salto di qualità, per colmare questo gap, avverrà tuttavia quando, così come avviene in molti altri Paesi, il personale a contatto col pubblico e magari gli stessi organi direttivi delle banche e delle altre istituzioni finanziarie vedranno una presenza significativa di persone con background migratorio.
È facilmente intuibile infatti che trovare allo sportello una persona che “ci assomiglia” riduce immediatamente la percezione di distanza, agevola la comunicazione e crea maggiore fiducia».

